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Gen. di C.A. Domenico Inneco 
"RICORDI UN PO' APPANNATI DI UN TENENTE DI 50 ANNI FA"
Il susseguirsi impietoso degli anni ci porta via una alla volta tutte quelle belle cose che concorrevano a renderci gradevole la vita, dandocene in cambio delle altre che la rendono, purtroppo, sgradevole!
Tuttavia, la crudeltà del tempo non riesce a toglierci un aspetto che ancora riesce a farci sognare: il ricordo! Tant'è che una delle peculiarità degli "anni azzurri" (che pietoso eufemismo), è la memoria pregressa che ci consente di ricordare eventi lontani e a dimenticare quelli vicini.
A questa condizione soggiacciono particolarmente i vecchi soldati i quali sono portati a ricordare, enfatizzandoli, i loro trascorsi con stellette, approfittando dell'affettuosa benevolenza dei sempre più rari ascoltatori.
Pertanto, se socchiudo gli occhi e sgombero la mente dai pensieri, mi può capitare di rivivere con accettabile approssimazione, quell'indimenticabile primavera di 50 anni fa quando, giovane Tenente Sottocomandante della 38°, approntai la batteria per l'imminente trasferimento da Belluno a Strigno.
Molti di noi non conoscevano neppure la collocazione geografica della nuova sede. I più confondevano Grigno con Strigno, sapevano comunque che si trattava di un piccolo paese della Valsugana a metà strada tra Trento e Bassano.
Ma questo era un aspetto marginale a fronte della bella avventura che ci attendeva.
Eravamo tutti poco più che ragazzi nati in tempo di guerra appartenenti cioè alla generazione "dell'oscuramento e del minestrone riscaldato", il nuovo ci stimolava perché non poteva che essere migliore del vecchio.
Infatti, lasciavamo la cupa atmosfera della caserma d'Angelo (sede del 6° reggimento) ove vivevamo compattati come sardine, in letti a biposto, senza il refettorio e con pochissimi spazi di socializzazione.
In particolare noi Ufficiali del Gruppo eravamo tutti giovani Tenenti (il più vecchio aveva 29 anni) e di questi, il 50% era stato da poco licenziato dall'Accademia Militare.
Un momento del 60° di fondazione del Gruppo ANA e 2° raduno Gruppo Pieve di Cadore
settembre 1987 (si riconosce a sinistra il Gen. Inneco)
Pertanto, non ci volle molto per farci entrare in conflitto generazionale con le vecchie "penne bianche" del Comando che tendevano a scaricare su di noi le frustrazioni derivanti da una guerra perduta e di una carriera insoddisfacente.
Ci avvelenava ulteriormente la vita un impossibile Capitano il cui unico "pallino" era quello di verificare se gli artiglieri avessero nella tasca posteriore sinistra la carta igienica.
I trasgressori erano trasferiti dalla tabella bianca a quella grigia e, infine, i recidivi a quella nera (niente permesso per almeno tre mesi).
Il Gruppo Pieve di Cadore durante le manovre estive
Ecco perché il trasferimento per noi era sinonimo di libertà.!
E finalmente venne il fatidico 14 aprile, la partenza! I ragazzi erano euforici, parevano degli scolari in procinto di partire per una gita scolastica: urla, frizzi, lazzi, canti, schiamazzi, una festa!
La notte della vigilia pochi dormirono, tant'è che al mattino non fu neppure necessario "sbrandarli".
Fummo divisi in due blocchi, gli imboscati (reparto "cacao e maggiorita' ) su CM 50 e in 3 ore di autocarro giunsero a destinazione.
I "najoni" (37^ e 38^ btr) in tradotta. Alle 5.30 arrivò il "fischio" liberatorio del capostazione di Belluno accolto con una salva di grida "è finita".
La sbuffante e sibilante vaporiera con al seguito una quindicina di vagoni per percorrere stancamente i 130 Km che separano Belluno (Via Castelfranco -
Quando giungemmo a destinazione ci attendeva papà Giovine (il Maggiore comandante di Gruppo) che, mettendosi alla testa degli artiglieri, che portavano sulle spalle monumentali zaini affardellati, dopo una marcia di circa 1 ora, ci condusse alla caserma Degol, la nostra nuova dimora.
I bravi abitanti, chi sulla strada e chi alle finestre facevano ala al nostro passaggio.
Erano incuriositi.
Infatti, da prima della guerra non vedevano ragazzi con la penna.
Ovviamente ogni bella ragazza incontrata riscuoteva i complimenti più salaci e audaci.
Alle 19.00 giungemmo in caserma.
Da più giorni il Ten. Graffino, con un drappello di volonterosi, si trovava a Strigno per preparare il nostro arrivo.
Il trattorino impiegato per il traino dei due carrelli
su cui era diviso l’obice da 100/17 in dotazione al Gruppo Pieve di Cadore
L'Ufficiale aveva predisposto una soddisfacente organizzazione tant'è che riuscimmo a sfamare gli artiglieri e a "sbatterli" in branda.
Per me, primo Ufficiale di picchetto quella notte, fu un vero e proprio incubo! Incursioni tra camerate contrapposte, sbrandamenti, gavettoni, flessioni sulle braccia (tecnicamente denominate "pinciate") Insomma vidi tutto e di più!
Riuscii a riempire con una ventina di artiglieri le due minuscole celle della caserma.
Finalmente arrivò l'alba, la sveglia, l'adunata nel cortile polveroso, l'alza bandiera e la ramanzina di Papa' Giovine.
E poi tutti al lavoro.
La caserma denunciava l'ingiuria del tempo: pavimenti sconnessi, vetri rotti, intonaci cadenti , impianti elettrici e idrici sinistrati, porte scardinate, cessi e lavandini intasati.
Da mettersi le mani nei capelli!
E qui viene fuori la laboriosità, la professionalità e l'entusiasmo degli artiglieri da montagna del "Pieve".
Sotto la guida dei 2 comandanti di batteria (Ten. Luciano e Crestani) e con la direzione tecnica del "gran capo mastro" il Sott. Checco Faggionato in 50 giorni la caserma cambiò volto.
Realizzammo persino la vasca per i pesci rossi e la gabbia per la Checca, un'aquila spennacchiata e affamata arrivata non so come in caserma.
Contestualmente il Gruppo, nei ritagli di tempo, si addestrava per l'imminente scuola di tiro e le manovre estive.
A fine maggio riaffardellammo gli zaini, baciammo mogli e morose, e sull'immancabile tradotta partimmo per la Val Pusteria.
E al poligono del "Set Sas"si celebro' la gloria e la perizia del Gruppo.
Aggiustamenti rapidi, concentramenti fulminanti cortine da manuale disegnate sul terreno.
Papa' Giovine gongolava e il duro e inflessibile Comandante di Reggimento si sprecava negli apprezzamenti verso gli artiglieri/operai.
Eravamo i migliori! A metà agosto, dopo la manovra "Latemar 2" rientrammo in sede.
E fu festa! L'arciprete (Mons. Lino Tamanini) officiò per noi una Messa cantata e un un Te Deum di ringraziamento (allora i preti non si vergognavano di manifestare solidarietà e amicizia per i soldati).
E poi tutto il paese accorse in piazza ove ci attendeva un camion del Gruppo con le sponde abbassate e 10 damigiane sul pianale.
Fu una sbronza collettiva!
Un'autentica "notte bianca" che suggello' l'amore tra il Gruppo ed il Paese. Amore che resiste tutt'ora all'usura del tempo.
Purtroppo dopo 5 anni e 10 mesi, da quel fatidico 14 aprile '57 il "Pieve" fu trasferito a Bassano.
Da allora molti di noi sono tornati a Strigno anche grazie all'ineffabile Ten. Di Martino che ogni 5 anni organizza l'incontro dei "vecchi" del reparto.
Anch'io sono ritornato non solo come Comandante della "Cadore" ma con la curiosità e la nostalgia del turista.
Sono tornato lassù per rivivere le emozioni di quel tempo felice,per riscoprire le mie radici militari,familiari e sociali, rivedere la casa dove con una moglie ragazza ho vissuto per 3 anni "impostandovi" la mia bimba che ne ha ora 50 !
Un momento del 60° di fondazione del Gruppo ANA
e 2° raduno Gruppo Pieve di Cadore -
Mi spingo fino alla caserma, ridotta ormai ad un rudere e, con gli occhi della fantasia, vedo i miei primi artiglieri che fanno addestramento al pezzo facendo tanto per cambiare il solito…."casino".
Strigno riesce ancora a farmi rivivere uno scampolo della mia spensierata giovinezza. Però quanti di quei volti mi sorridono ormai dal cielo, quanti sono "andati avanti".
Per le strade del Paese non incontro più il vecchio sindaco Tomaselli, lo "speziaro" Fabio Rella, il Maresciallo dei Carabinieri Zaffanella, detto il "rubacuori", la zia Alice da anni ha chiuso i battenti della sua trattoria aprendone una meno cara in paradiso.
Non vedo più il medico Tomaselli e Virginio il postino, oppure Piero Zanghellini detto "oca" che ogni volta mi dava una nuova versione delle sue avventure coloniali in camicia nera.
Non vedo più la Pesca o la lunga Luigina o la ragazza che noi chiamavamo la "mechinga". O Remo Braito dai conti salatissimi.
Non vedo più gli incubi di mia moglie: le signorine Schuster, il signorino Consalvo che venivano a curiosare alle nostre finestre.
Tutte persone che ho ben presenti nella memoria perché appartengono ad un momento magico che ho fermato nel ricordo.
Ormai faccio parte dello sparuto manipolo dei sopravvissuti del nucleo "storico" del "Pieve" e come tanti miei alpini di allora , smessa la divisa ho indossato quella virtuale dell'ANA e continuo nel volontariato a servire gli altri come un tempo ho servito la Patria fedele al motto "onoriamo i morti aiutando i vivi".
E quando, il più tardi possibile, l'immarcescibile e incorruttibile Signora vestita di nero verrà ad avvertirmi che il mio tempo è scaduto, affardellerò per l'ennesima volta lo zaino e me ne andrò sereno a raggiungere i camerati che mi hanno preceduto lassù nella celeste caserma Degol.
Buona fortuna amici, spero di rivedervi tra cinque anni o qui o di la'!
Gen. di C.A. Domenico Inneco


A.N.A. Valsugana e Tesino – Via Delle Case Nuove -